Le gru di Danzica e le croci di Górsk

Viaggio nei cantieri navali di Danzica e nella memoria di tanti anni fa, tra le tracce di storie che stavano diventando Storia

Le gru di Danzica e le croci di Górsk

 

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Il ricordo di qualcosa di familiare si riaccende quando raggiungiamo l’indirizzo in cui si trova l’appartamento prenotato per tre notti a Danzica. Viale Księdza Jerzego Popiełuszki, per chi giunge da nord, attraversa un cavalcavia dal quale la vista si apre sugli antichi cantieri navali dominati dalle gru verdi. Le vedo scorrere sulla sinistra, si ergono come gigantesche zampe di mantidi protese dal fondo di un mare radioattivo dei fumetti giapponesi. E’ una fantasia sciocca, per una sorpresa sincera.
Della prossimità dei cantieri, Stocnia Gdańska, ero consapevole già da quando avevamo prenotato il soggiorno, ma ad attirare l'attenzione è proprio il nome della strada, per il resto una anonima arteria di periferia che scorre tra l’area industriale e una serie di palazzine che sono il frutto recentissimo della riqualificazione in corso di ampie zone di questo settore della città.
Mi pare di ricordare che Popiełuszko fosse un prete. E certamente ne avrei avuto conferma se mi fossi preso la briga di tradurre la parola księdza. Fino al giorno dopo la memoria però non restituisce altro. Quando dopo colazione ci incamminiamo per ottenere un buon punto di osservazione per scattare qualche foto alle gru, passiamo davanti al museo di Solidarność. Un basso edificio in mattoni, ex sede della BHP, la sala per la formazione sulla sicurezza e l'igiene del lavoro del cantiere navale. In realtà il vero museo, l’Europejskie Centrum Solidarności, o ECS (Centro Europeo della Solidarietà) è ospitato in un edificio enorme, un centinaio di metri alle spalle di questo, progettato per sembrare la carena di una nave. Ma qui dove ci troviamo adesso, sulla soglia dei due ambienti che presto scopriremo allestiti con fotografie e cimeli vari, modellini di navi, parti di motori e plastici, nell’agosto del 1980 fu istituito e si riunì il Comitato Interaziendale di Sciopero (MKS) e qui si tennero le trattative con la Commissione Governativa. Trattative che il 31 agosto 1980 portarono alla firma, nella maggiore delle due sale, dell'Accordo di Danzica che rese possibile la costituzione del sindacato indipendente e autonomo "Solidarność".
“La sala BHP è il luogo in cui ha avuto inizio il percorso non violento della Polonia verso la libertà e l'indipendenza. È anche un simbolo della lotta contro il comunismo,” si legge nel sito ufficiale.
Questo modesto edificio appare come un luogo di mezzo, sospeso tra l’ombra delle cubature imponenti dei nuovi quartieri residenziali, che tanto sanno di dormitori per i turisti che portano la nuova ricchezza in città, e il ruolo di testimone del declino dei cantieri su cui si affaccia, il cui degrado è reso evidente dalle strutture abbandonate, dalle recinzioni fragili, dai container malmessi e dalle gru immobili.
Appena dentro ci si rende conto che nel silenzio mantenuto dai pochi visitatori, la quantità di oggetti esposti e di informazioni offerte da documenti, foto e pannelli, segnala al visitatore che la memoria qui custodita è importante. Anche solo il fatto che l'ingresso sia gratuito contribuisce ad alimentare la suggestione di essere entrati non tanto in un'istituzione, ma in un santuario laico in cui è necessario muoversi col rispetto che impone il suo valore. Che però ancora non sono in grado di cogliere. Perché la barriera linguistica è un ostacolo che richiede pazienza, ma che allo stesso tempo gli conferisce un tocco di ieratico, come se ogni contenuto fosse fruibile solo da chi ha avuto un rapporto diretto con quei fatti e con le persone che li hanno resi possibili.

Questo però è il momento in cui scatta la scintilla. Lo spazio espositivo che mi si apre davanti agli occhi mi porta indietro agli anni in cui i nomi di Jerzy Popiełuszko, Lech Wałęsa, il generale Jaruzelski erano i protagonisti dei servizi dalla Polonia dei telegiornali che vedevo ancora bambino.
Certo, il volto di Popiełuszko mi dice poco, mentre mi è ben familiare quello di Wałęsa. Come è naturale che sia, poiché il leader del movimento operaio, premio Nobel per la pace nel 1983 e che nel 1990 ottenne la presidenza della repubblica, ha vissuto e continua a vivere una vita ben più lunga di quella del sacerdote, interrotta precocemente nel 1984. Ma se ci sono state due figure che sono state determinanti per ciò che è accaduto in quegli anni, “il percorso verso la libertà e l’indipendenza”, sono proprio loro due, nonostante i percorsi temporalmente asimmetrici. E se la storia di Wałęsa si può (e in questa sede è necessario) riassumere in queste tappe che testimoniano la straordinaria progressione dei ruoli e del prestigio che hanno varcato i confini nazionali, per delineare invece la figura di padre Popiełuszko è necessario concentrarsi sul suo carisma e la sua influenza sulla popolazione.
La sua fama inizia quando viene mandato a celebrare una messa dentro i cantieri occupati durante lo sciopero dell’agosto del 1980. Da allora è il “cappellano degli operai”, il prete vicino a Solidarność. Dall’anno successivo, quando entra in vigore la legge marziale, nella sua parrocchia a Varsavia inizia a celebrare ogni ultima domenica del mese la “Messa per la Patria”. Rapidamente la celebrazione di queste messe hanno una grande eco in tutta la nazione, perché sono percepite come qualcosa di più di semplici funzioni religiose: legge poesie dei Grandi Vati della tradizione polacca come Norwid (“La Patria è un grande dovere collettivo.”) e Mickiewicz, lascia spazio a canti proibiti, il più sentito dei quali era intonato alla fine della liturgia e diceva “E i muri crolleranno, crolleranno, crolleranno e seppelliranno il vecchio mondo!”. Mentre nelle omelie affronta i temi della libertà, della dignità, della giustizia e dei diritti umani. Queste messe diventano manifestazioni di resistenza spirituale cui via via arriveranno a partecipare decine di migliaia di fedeli provenienti da tutta la Polonia. La sua retorica è efficace perché semplice. Viene dal basso, dalle campagne, questo la gente lo sente. L’autenticità che si guadagna assume presto la statura di autorità morale, perché ha il coraggio di chiamare menzogna la menzogna, o la mancanza di diritti schiavitù. Contrapporsi alla falsificazione sistematica della realtà che era pratica corrente della propaganda ufficiale è parte di una strategia comunicativa cui unisce il messaggio non violento ripreso dalla Lettera ai Romani (12,21) di San Paolo : “vinci il male con il bene”. Preghiera, perdono e ricerca della verità contro l’odio e la violenza.
A questa grande visibilità e influenza il regime risponde con minacce, intimidazioni e interrogatori da parte della polizia segreta. Ma la gente che lo segue e che non lo vede arretrare mai, riceve da lui l’esempio vivente di come la forza interiore non possa essere spezzata dalla repressione fisica.
Ma di tutto questo, mentre mi guardo intorno nella prima sala, ancora non so niente. E una questione molto più circoscritta e banale ha iniziato a tormentarmi: perché a distanza di più di quarant’anni sono in grado di spiegare a mia figlia, nata l’anno in cui la Polonia è entrata a far parte dell’Unione Europea, cosa sia Solidarność? Perché so dirle, almeno per sommi capi, chi era Wałęsa, qual era la posta in gioco e pure accennare due parole due sulla figura del sacerdote e su quella del generale Jaruzelski con i suoi occhiali a televisore, quando tutti questi personaggi e queste storie hanno iniziato a entrare in casa nostra per la prima volta quando avevo dieci anni? Un’età che esclude la possibilità che un bambino possa provare interesse per le lotte per la giustizia e per la libertà di un paese remoto oltre i più lontani confini mai attraversati di persona (quelli regionali per andare al mare a Lignano), in uno scenario politico incomprensibile anche ai meno informati tra gli adulti.
La risposta la dà la Storia. Erano quelli gli anni in cui la presidenza americana di Reagan aveva reso la contrapposizione tra il blocco occidentale e quello sovietico più acceso e la Guerra Fredda sempre più vicina all’ora zero, quella della catastrofe nucleare; dal 1978 si era insediato a San Pietro un papa polacco, Giovanni Paolo II (Jan Paweł II) e da noi al governo c’era la Democrazia Cristiana.
Questo il contesto geopolitico di cui ero in ampia parte inconsapevole allora.
Sul piano familiare, la nostra principale fonte di informazione era il TG1, che praticamente era l’ufficio stampa del Vaticano, oltre che essere stato nei decenni l’inscalfibile organo di propaganda governativa. Va da sé dunque che i servizi del principale notiziario nazionale avessero tutto l’interesse di informare i propri spettatori, che costituivano un’ampia rappresentanza della popolazione italiana, della lotta di operai cattolici, sostenuta da alcuni preti (Popiełuszko era il più famoso, ma non certo l’unico) e condotta contro un regime comunista. Come dire, esibire vicinanza alla Polonia della prima metà degli anni 80 era utile a dimostrare la fedeltà all’America e alla Chiesa. E la Polonia era un luogo così perfetto nella sua lineare contrapposizione di valori da offrirsi come scenario della lotta mistica tra il bene e il male. Ma è stato così che, senza capirci molto, tanti di noi sono cresciuti con un senso di partecipazione verso i destini degli operai degli storici ed enormi cantieri Lenin di Danzica.
Lasciata la città ci muoviamo verso sud per una breve visita a Toruń. Lungo la statale 80, nel territorio del villaggio di Górsk, a lato della strada una grande croce bianca emerge dal fitto della foresta. Per una curiosità che sarei tentato di dire pilotata da un sentore, una percezione più profonda, inafferrabile e irresistibile, faccio inversione a U e trovo posto in un ampio parcheggio ad un centinaio di metri dalla piccola radura.

Raggiungiamo il monumento nel delicato profumo di aghi di pino, nell’ombra traballante delle chiome alte di queste piante che sembrano onnipresenti nel nord della Polonia. E’ un monumento eretto in memoria di padre Popiełuszko. La croce in cemento lunga otto metri è appoggiata sul suo braccio, è bianca ed è avvolta da un drappo rosso, i due colori della bandiera nazionale. Una serie di lampade votive di diversa foggia formano un’altra croce la cui cimasa raggiunge la foto che ritrae il prete e che a sua volta è accompagnata da vasi con mazzi di gerbere arancioni. Dalla traduzione di molte iscrizioni che completano l’allestimento riusciamo a spiegarci perché la sua memoria sia ricordata qui, un luogo isolato, anzi di più, un luogo in apparenza distante da tutto. Non è un punto qualsiasi, uno dei tanti sparsi ovunque e dedicati a ricordare fatti, anche minori, della vita di figure di spicco della chiesa, su tutte, ovviamente, quella di Karol Wojtyła. Qui è dove il 19 ottobre 1984 il sacerdote è stato rapito da funzionari del ministero dell’interno, per essere poi picchiato brutalmente, legato e imbavagliato, quindi gettato ancora vivo nella Vistola, che scorre a poche centinaia di metri.
Il suo cadavere è stato ritrovato solo il 30 ottobre, settanta chilometri più a valle.
Un fatto di estrema violenza e pure di straordinaria, sconsiderata arroganza che ebbe delle conseguenze decisive per lo svolgimento dei fatti degli anni successivi. Per cominciare la reazione della popolazione polacca per l’uccisione di una figura che già vedeva come un martire in vita, sfociò in alcuni disordini e con la partecipazione di quattrocentomila persone ai suoi funerali, celebrati il 4 novembre a Varsavia. Ma già il 21 ottobre, dunque tre giorni dopo la sua scomparsa, qualcuno venne qui a posare una prima croce, subito rimossa. Ne seguì una seconda e una terza quando la precedente fu fatta sparire. La posa illegale di croci di legno durò nonostante il divieto di sosta imposto dalle autorità e il pattugliamento della Milizia Civile. Il monumento commemorativo ufficiale venne posto soltanto nel 2000 e quello che oggi possiamo apprezzare sulla soglia della foresta è frutto di un restauro del 2015.
La croce che ricorda il martirio di padre Popiełuszko mi riporta al viale a lui intitolato, da cui è iniziata la conoscenza di Danzica mentre era solo un paesaggio che scorreva dal finestrino. Ed è un viaggio nella memoria che riallaccia alcuni fili recenti, ma che illumina di una nuova luce anche ricordi ben più vecchi recuperati grazie a quel toponimo inaspettato. Da quest’ultimo con la mente faccio ritorno dunque al piccolo museo, che ho immaginato santuario e che può continuare a restare tale senza che questa attribuzione pesi sulla sua credibilità, tanto più che se si allarga il campo e si osserva l’area in cui è inserito, è situato in un complesso di strutture che evocano gli aspetti più sacrali di queste vicende e del loro portato. La sala BHP sorge non solo a poca distanza dal Centro Europeo di Solidarietà, ma anche dalla grande piazza della Solidarietà, al centro della quale sin dal 1970 è stato eretto un monumento altissimo in ricordo degli operai caduti durante i vari scioperi. Ma la prossimità alla piazza significa anche poter varcare l’ingresso numero 2 ai cantieri, che è un altro luogo carico di significato. E qui infatti che sono state affisse le tavole di compensato che recavano a pennarello rosso e nero i 21 postulati con cui il comitato di sciopero interaziendale di Danzica si è confrontato con il Partito Comunista. Al primo posto c’era la richiesta di sindacati liberi e indipendenti. Ma altri punti menzionavano il diritto di sciopero, la liberazione dei prigionieri politici e la libertà di espressione, ma anche altri ancora più pragmatici, come gli aumenti salariali e un sistema di selezione dei quadri dirigenziali basato sulle qualifiche e non sull'appartenenza al partito.
Le tavole che si vedono accanto al cancello sono una riproduzione fedele, mentre gli originali sono il pezzo forte del museo dentro l’ECS. E’ emozionante scoprire che nel 2003 l’UNESCO le ha inserite in un programma pensato per salvaguardare il patrimonio documentario di valore universale per l’umanità, il registro “Memoria del Mondo”, in quanto simbolo della lotta non violenta e dell’universalità delle rivendicazioni. E come punto di svolta della Guerra Fredda.

Dalla sala BHP, luogo raccolto e posto in mezzo al nuovo e al vecchio, in mezzo alla memoria decaduta e a quella nobilitata dalla volontà di conservare anche i suoi elementi simbolici, torno ancora alle gigantesche gru. C’è nella loro imponenza monumentale che attira lo sguardo (le vedi spuntare ovunque, anche a chilometri di distanza, come dalla spiaggia di Sopot), il monito a pensare a cosa sono state e a cosa è successo alle persone che le hanno manovrate e ai loro colleghi, tutte persone che ad un certo punto di una storia pluricentenaria (tale è quella di questi cantieri), hanno deciso di opporsi all’ingiustizia. E che con determinazione, coraggio e invocando solidarietà, e al costo del sangue versato dagli stessi e dai loro sostenitori, hanno ottenuto non solo i diritti che reclamavano, ma hanno contribuito a indebolire quel muro che tante volte in migliaia hanno invocato cadesse nei canti a fine messa e che è poi crollato definitivamente nel novembre del 1989.
Annodo l’ultimo filo, quello della memoria personale risvegliata per caso dal nome di una via. All’epoca delle cronache del Tg1 nessuno poteva conoscere la portata dei cambiamenti che quelle lotte avrebbero determinato. Erano parte della narrazione di una storia resa importante dal contesto dentro cui si svolgeva, e certo era anche una storia importante di suo, ma credo che non si potessero cogliere i possibili esiti della sua forza rivoluzionaria. Certo qualche acuto analista l’avrà fatto, ma gli sviluppi repentini sfociati con gli eventi di Berlino fanno pensare a quella componente di imprevedibilità che sfugge ai più e che certamente nella prima metà degli anni 80 era inimmaginabile. Si poteva insomma essere solidali con i polacchi e non c’era niente di sbagliato, ma non profeti di un riordino politico radicale.
Ora che il bambino spettatore innocente e il visitatore in soggezione in mezzo a questo scenario solenne e sentito, si sono incontrati per la prima volta, mi lascio andare alla soddisfazione di essere qui, in un pezzo di Europa che ha potuto unirsi al resto dopo aver conquistato la democrazia. Un pezzo di Europa che in quanto tale sento casa.
E’ tuttavia sconfortante che a distanza di tanti decenni proprio da questi confini si veda una guerra sul territorio ucraino e un’altra la si tema sul proprio. E dunque, nel giorno in cui imparo la lezione dell’azione non violenta dei cittadini polacchi contro la dittatura, il loro motto, vincere il male con il bene, oltre che ad esprimere un attitudine senza tempo, mostra purtroppo quanto sia attuale.
Che poi l’intesa tra le nazioni, una forma di mutua solidarietà, in nome di un obiettivo condiviso, possa dare dei frutti, è di là da vedere. Così come, temo, pure da prevedere, anche da parte di chi è sostenuto dall’ottimismo di sapere di essere dalla parte giusta della Storia.